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Di nuovo un 25 novembre: servono fatti non parole

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Di nuovo un 25 novembre. Dobbiamo davvero ogni 25 novembre di ogni anno, commemorare la Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne? Pensavamo non servisse più una giornata di questo tipo ed invece serve ancora, per sensibilizzare l’opinione pubblica e per far sì che ci siano atti concreti. Fatti, non parole.

Dal 1 gennaio 2021 ad oggi, i dati parlano chiaro: 109 casi di femminicidio, il 40% di tutti gli omicidi complessivi commessi, uno ogni 72 ore. 

Una triste statistica, dolorosi i dati. Una società ancora profondamente patriarcale e maschilista dove la donna è un oggetto, un compendio di sé.  Oggi si stracciano tutte le vesti, in ogni sede istituzionale mentre un mese fa si affossava il DDL Zan, una Legge che l’Italia attende da trent’anni contro l’omotransfobia e non solo. A protezione di fasce evidentemente fragili, vittime di violenza fisica e psicologica tra i quali anche le persone con disabilità.  In Senato, un mese fa, si rideva. 

Il femminicidio è l’ultima risorsa dei vigliacchi

La condanna sulla violenza di genere, la violenza sulle donne, deve essere fatta con fermezza e lucidità, quotidianamente e tutto l’anno, con atti concreti. Dietro ogni individuo, apparentemente insospettabile davanti alla società, si può nascondere una persona violenta, uno stalker, una persona che abusa di una donna psicologicamente e fisicamente. La violenza, in ogni sua forma, deve essere condannata non soltanto a parole. Non possono più bastare le panchine rosse inaugurate nei Comuni, gli hashtag #noallaviolenzadigenere #noallaviolenza #noallaviolenzasulledonne.  Il fenomeno è culturale ed occorre prendere quindi le giuste misure con gli strumenti adatti, occorre ripartire dalla formazione nelle scuole e nelle famiglie e dalla corretta informazione, utilizzando termini corretti.  Le parole sono importanti, impariamo ad usarle nel modo giusto. Non usiamo più i termini come “momento di follia”, “geloso perché passionale”, “raptus” oppure “lei se l’è cercata”, “le donne non tengono più in piedi il matrimonio”, “il marito ha perso la pazienza”.  Basta, ci siamo stufate, ci siamo stancate. 

Non esiste oggi – ancora in Italia – una Legge che inasprisca le pene per chi commetta atti di violenza o discriminatori per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, o sull’identità di genere, i crimini di odio contro le persone per il solo motivo di appartenere a un determinato “gruppo sociale” come richiede la convenzione di Istanbul ratificata anche dall’Italia.  Non esiste, perché un mese fa in una sede Istituzionale importante come il Senato, si rideva. La Ministra Elena Bonetti, parlava alla Camera di violenza di genere in un’aula desolatamente e tristemente vuota.  Si è detto “perché la maggior parte delle attività si svolgono in commissione, e quella giornata era preposta a quel tipo di attività.  Certamente ma parlare di tasse e di violenza di genere non è esattamente la stessa cosa. 

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