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La vigilessa e la porno vendetta

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La storia dei due vigili che fanno sesso in macchina, a Roma, approfittando di una via buia e stretta, aveva fatto sognare, inalberare, mandare su tutte le furie i webnauti. Ognuno aveva letto la storia come più gradiva. Lei che si spoglia della divisa. Lui anche. La ricetrasmittente lasciata aperta per sbaglio o meglio per la foga di rotolarsi nell’auto di servizio, vicino al campo rom da sorvegliare, gelato, nero come la pece, e silenzioso. L’amore a scrocco, insomma. In pieno orario di servizio. Due amanti focosi. Beati loro oppure brutti mascalzoni.

La storia, invece, era un’altra. E si racchiude in due parole: revenge porn. E’ il titolo di reato introdotto col Codice Rosso, l’ultima riforma per tutelare le vittime di violenze, soprattutto donne. Punisce chiunque utilizzi audio filmati scene sessuali in chiave di ricatto. Revenge porn così è stato tradotto dall’Accademia della Crusca come Porno Vendetta.

Nessuna ricetrasmittente lasciata inavvertitamente aperta. Nessuna auto di servizio. Nessun campo gelato. La coppia, amanti o meno non ci interessa, si era appartata in un container dove qualcuno avrebbe piazzato una microspia. Le registrazioni poi sarebbero circolate tra colleghi fino a che le voci non sono arrivate alle redazioni e al comando. Un episodio da riscrivere. Non era di notte, di novembre, davanti al campo rom di Tor di Quinto, ma giugno, di mattina nei pressi del River Camping, a Prima Porta. Una vendetta contro la collega? L’ipotesi accreditata è questa. Svanisce il sesso e l’amore, resta l’abuso. Così le burlate nelle chat e che hanno inondato i siti – tipo ”Medaglia d’oro per l’attaccamento al corpo”. ”Fate l’amore, non le multe” – fanno meno sorridere. Anzi, per niente. 

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